PITTURA VISIONARIA

1994

In anni recenti è tornata di moda quella che si è voluta chiamare «pittura d’illusione». Nell’accezione che si è voluto darne comunemente, suppone una dilatazione del reale, per fuggirne le angustie e dilatarne i confini. Misura dell’efficacia di tale pittura sarebbe la sua capacità d’inganno, dove l’inganno è inteso in senso visuale e assunto a metro dell’abilità del pittore. Ruolo del dipinto diviene non solo l’«abbellimento», ma la «costruzione della meraviglia». 

   La grande tradizione della pittura murale e decorativa si basa su presupposti e concezioni diverse: essa ha radici essenzialmente «visionarie». Non pensa di dover proseguire la realtà con criterio illusionistico, semplicemente perché crea un’altra realtà. Non necessariamente (o solo in certi casi) ciò significa  che la pittura si sviluppa in direzione mistica o allucinatoria: il carattere «doppio» del mondo immaginato non esclude che esso possa basarsi su elementi dell’esperienza comune, salvo il fatto di assumerli come materiali di una costruzione mentale e riportarli ad altro. 

    Visionaria mi pare ad esempio la pittura di Veronese (che ho sempre amato), nonostante quella singolare e prepotente sensazione di «familiarità» che essa ci trasmette: esattamente come visionaria era l’architettura delle ville palladiane che Veronese si è ritrovato sovente a decorare. Tanto gli elementi comuni della vita domestica o del paesaggio che istoriano le pareti, quanto gli elementi del mondo antico ripresi in senso archeologico dall’architettura, non appartengono in modo letterale agli ambiti di provenienza, ma sono trasfigurati in uno spazio parallelo. Visionario non è termine che suppone istintualità, o fondamento onirico, né rifiuta a priori il calcolo degli effetti: è termine che attiene all’intensità e alla alterità del mondo figurato, alla sua relativa compiutezza, al suo carattere interiore.

per la mostra di Barletta (Bari) 1994