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Rossana Bossaglia

IDEALI PALCOSCENICI

2000

    Due matrici appaiono fondamentali nell’opera pittorica di Isabella Cuccato. La prima riguarda la sua esperienza di architetto, che le ha consentito, quando si è dedicata al pennello – e sia pure nel segno di spontanee predilezioni infantili –, di gestire le immagini con sicurezza compositiva, con pieno senso del loro pondus e del loro inserimento nello spazio; e le ha suggerito iconografie ispirate a strutture, appunto, di tipo architettonico, edifici monumentali o scatole di cartone rappresentati con uguale attenzione alla loro presenza tridimensionale. Non va dimenticato, per altro, che Isabella ha sempre sentito il progetto architettonico, come ella stessa dichiara, quale invenzione pittorica, istintivamente nutrendolo di colori: non mai dunque solo un progetto, ma una fantasia fine a se stessa, con una sua autonomia espressiva. 

    La seconda matrice è costituita dalla suggestione che su di lei hanno sempre esercitato le tematiche tardo-quattrocentesche, il paesaggismo e il monumentalismo alla Piero della Francesca: vissuti come un modo per rendere irreale e trasfigurata la realtà che guardiamo e che ci affascina, spostandola sul piano del sogno. Questo atteggiamento visionario è stato filtrato dalla consapevolezza culturale di Isabella, che certo ha tenuto conto delle interpretazioni metafisiche; nelle quali, non si dimentichi, la sublimazione del reale assume sovente un aspetto ludico, anche se inquietante. Ed ecco che la nostra artista ha puntato, con presunta innocenza ma con spontanea gioiosità, su raffigurazioni favolistiche e fiabesche, anche, quando del caso, giocose. Con predilezione, nel panorama generale della sua attività pittorica, per il tema del mare: che consente di gettare uno sguardo verso lo spazio indeterminato dalla parte di chi si ancora a salde strutture; come appunto l’architetto che colloquia con il cielo. 

    Nella produzione più recente, quella che consideriamo qui, gli aspetti narrativi sono tenuti da parte e sempre più l’artista tende a simboleggiare, tramite strutture architettoniche semplicissime e raffinatissime, il colloquio tra l’arte e la natura, tra il colore artificiale e la luce del giorno. Se vogliamo ancora fare riferimento alle suggestioni culturali rivelate dal suo repertorio, possiamo dire che certo Savinio, ma soprattutto Morandi si collocano come stimolo alle sue spalle. E chiaro comunque che il linguaggio è suo: e anzi, pur nella fedeltà a un tipo di tematica che ricorre appunto nei dipinti qui esposti, l’interpretazione si rinnova di opera in opera e si fa via via più scorrevole, senza alcuna ripetitività. 

    L’iconografia di base è costituita da strutture elementari che appaiono come cabine in riva al mare; appunto la semplicità di questi oggetti tridimensionali, che talora si presentano quali repertori di solidi geometrici, consente all’artista di utilizzarli sia per portare il reale a un livello di astrazione pura, sia per agglomerare forme su piani diversi fino a costruire degli elementari paesaggi: e non sai se il loro essere elementari voglia significare una fase creativa primordiale, o, al contrario, una semplificazione intellettuale della veduta d’insieme.

    Ma a rendere più suggestiva e inquietante la rappresentazione si aggiunge il tema di quello che, usando una definizione dell’artista, chiameremo soffio: una fascia di vento (o di stoffa?) e in ogni caso una struttura morbida e scorrevole percorre, animandoli o stordendoli, gli asciutti edifici; e poi l’impressione è anche quella, più volte, di scenografie teatrali; ci si domanda se sono gli edifici stessi a generare vitale animazione, o se il vento che li percorre ha la funzione di dar loro vita. L’aspetto teatrale è particolarmente esplicito e suggestivo nella produzione recentissima di Isabella, e si colora di rievocazioni storiche o di costume. 

    Su ideali palcoscenici si accostano, più che i capanni da spiaggia, tende di popoli nomadi, costruzioni lignee di varia fisionomia, e via via anche torri merlate, architetture medioevali di fisionomia pisana, viadotti ad archi gotici, edifici orientali, acropoli dove si addensano elementi eterogenei, ma comunque d’apparenza inaccessibili. Sicché in questa fantasia seducente, che ci conquista attraverso effetti di gioco infantile, come se si trattasse di composizioni con dadi di legno, serpeggia un’interpretazione del vivere, e della storia, intensa e conturbante.   Ma noi sappiamo che l’arte ci conforta con la sua bellezza anche quando punta il dito verso l’impenetrabile mistero; o meglio ancora, traducendo il mistero in forme enigmatiche, in qualche misura lo penetra, ce lo comunica, ce ne indica la fisionomia seducente; l’enigma medesimo si fa bellezza.

Rossana Bossaglia, storica e critica d’arte

dal catalogo della mostra di Lisbona, Isabella Cuccato. Le mie città. As minhas cidades, 2000

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