Manlio Brusatin

DELLA PITTURA NON SOLO

(CON APPARIZIONE FINALE DELL’ANGELO ASTUTO)

2006

La pittura di Isabella si srotola come un nastro da un gomitolo colorato, che improvvisamente si anima e corre via per stanze e stanze di un castello. Da sapere che il Castello di Roncade, come è abitualmente chiamato il suo luogo di nascita, è insieme una villa, un castello, una piccola città che riesce a rappresentare, come è nei sogni di utopici architetti, la città nella campagna e la campagna nella città. Qui dentro la pittura di storie e le decorazioni riescono a portare all’interno il passato, senza dimenticare il verde e l’orizzonte del paesaggio che sta fuori, che molto spesso viene dentro a mitigare il passato grondante di troppa storia e gloria.

    Isabella evoca spesso Paolo Veronese come ispiratore della pittura in villa. Lui stesso con i soldi presi dagli affreschi per villa Barbaro aveva pensato a un tranquilla vita in campagna, in una valletta del tutto nascosta dietro l’imponente villa di Maser, il luogo magico di una cava abbandonata di pietre da costruzione, ora immersa in edere piangenti, come lo sfondo dei Tre filosofi di Giorgione¹. 

    La storia della pittura di Isabella è come annodata al ritmo di una filastrocca cantata, perdendosi nelle stanze dipinte e vuote di una villa veneta, rincorrendo un piccolo animale che amiamo. Lei stessa racconta queste improvvise solitudini e suggestioni che nascono all’interno di spazi così pieni e deserti che in passato erano gli interni di quelle ville venete che ora si presentano con un eccesso di ricostruzione del loro «antico splendore». Pittura e architettura in queste stanze sospese si mostrano soltanto per chi sa sentire e guardare con gli occhi, come i suoi, che non dimenticano (e non si dimenticano). 

    Leggendo i suoi pensieri accanto ai suoi quadri c’è un inizio che parla di spazio e di tempo rivelatori che diventano il destino di chi si incontra con la pittura e può dire: son pittore. Qui si distinguono le strade di chi arte fa da chi arte vede, e soprattutto la meno privilegiata situazione di chi arte dice – il commento di chi può solo parlare e scrivere d’arte. 

    C’è un’impronta rivelata nella pittura d’interni e di architettura di Paolo Veronese, ma prima ancora nella città-paesaggio in perenne costruzione di un pittore quale Andrea Mantegna, che da parente stretto (aveva sposato la figlia Nicolosa) guarda l’orizzonte crepuscolare di Giovanni Bellini, di un’altra città che da lontano sempre si accende e si spegne, come Venezia.

    Ma l’itinerario ideale di Isabella si sposta e ritrova un centro come necessario, nel racconto-pittura-sogno-gioco di parole in immagine di Alberto Savinio dove decostruzione e costruzione mettono insieme un castello pittoresco, metafisico sì, quanto irrealisticamente realistico, quando non si pensa ancora di dover rinunciare a quello che si desidera. Cioè quando le illusioni colorate come bastoncini di zucchero filante navigano e si liberano in una fantasia creativa che non si piega all’oblio necessario – quando non ancora si vorrebbe dimenticare ciò che non si è potuto ottenere, oppure ciò che ci è stato «scippato» dal tempo – troppo umana parola. [...]

    La pittura-pittura di Isabella Cuccato che non accetta i limiti stretti della modernità, come accade nella storia figurativa, ha momenti di rapido svolgimento narrativo nelle serie che possiamo chiamare Barche che navigano in aria o Città Sognanti, ed episodi conclusivi di sospensione e trattenimento, come i Tavoli abbigliati, che sono dei cari personaggi tanto presenti appunto perché assenti.             Accanto ai loro fantasmi, che diventano tali – lo accennava Henri Bergson nella Conferenza sui Fantasmi² – la coscienza delle immagini trapassate riaffiorano nel tempo spaziale, attraverso la fisicità della pittura, cioè nel vivente-pittore-testimone che riesce a staccarsi dalla realtà fisica e può recepire e trasmettere la durata reale dell’evento.

   I Tavoli abbigliati di Isabella propongono infatti un riavvicinamento allo spettatore rispetto a un paesaggio offuscato. È un’attesa che sigilla «architettonicamente», in quanto fenomeno originario, uno spazio, non così amato dalla modernità progettuale che è tutta fuori o tutta dentro (di se stessi anche). Sì, proprio quello spazio non si sa se interno o esterno, che sta tra un dentro e un fuori, cioè dove sono collocati i tavoli lasciati a loro volta a un destino di interpreti di un atto unico, dove fortunatamente ancora non è passato qualcuno a mettere ordine – le sedie sopra i tavoli in uno scenario chiuso. 

    Ma questo scenario non è chiuso se c’è un personaggio che riconquista gli spazi e s’intrufola fra i tavoli e i luoghi di casa, dove si trova a suo agio, in quanto ha molta famigliarità con la cena e la scena. 

    Isabella (nel suo testo Il mio Arlecchino³) parla di un Arlecchino gigante che ha disegnato a scuola per la festa di Carnevale, e lo chiama non ingenuamente «angelo astuto e caleidoscopio dei colori che tutti possedeva e chiudeva nella sua persona». L’Arlecchino nella scena dell’arte è diventato il ritratto morale e materiale dell’artista, con il suo abito a losanghe verdi e rosse, gialle e blu, che segue nei colori un design e un progetto prestabilito quanto contraddittorio: servire con libertà a due padroni, con il proprio batocio (manganello)⁴. 

    Vita libera, molto allegra forse, ma non facile, quando dopo la soddisfazione di un grande piatto di «risotto alla sbirraglia», Arlecchino viene chiamato a indossare una divisa e a imbracciare un fucile. Questo è totalmente contro i suoi principi, la morte civile del suo io e della sua maschera. Finirà immediatamente trascinato davanti a un plotone di esecuzione. C’è anche questo schizzo di storia tragica in Arlecchino, che sa tirar fuori un non qualsiasi Angelo astuto, per riuscire a cavarsela. 

    Contrariamente al protocollo del condannato a morte che deve esprimere un desiderio, sono i suoi aguzzini che chiedono la ragione del suo vestito a pezze multicolori. E Arlecchino risponde: «Queste sono le bandiere dei nemici uccisi». L’Angelo astuto di Arlecchino si salva la vita, con l’arte, la sua. Così nel racconto a colori di Isabella da Roncade.

Manlio Brusatin, storico dell’arte

dal catalogo della mostra di Piacenza, Terra aria, 2006 

1. Giorgione, «I tre filosofi», olio su tela, 1504-1505, cm 123,5 x 144,5, Vienna, Kunsthistorisches Museum.

2. Henri Bergson, Conferenza sui fantasmi (1913),  a cura di G. Scarpelli, collana «Riflessi», Theoria, 19933.

3. Isabella Cuccato, Il mio Arlecchino, nel catalogo Le opere il mare, Libri Scheiwiller, Milano, 2002, pp. 13-14.

4. Fausto Nicolini, Vita di Arlecchino, Ricciardi, Napoli, 1958; ristampa anastatica de Il Mulino, Bologna,1993. Inoltre Siro Ferrone, Arlecchino: vita e avventure di Tristano Martinelli attore, Laterza, Roma-Bari, 2006.