Carlos Martí Arís

LE CITTÀ E LA MEMORIA

2001

Passeggiando poco tempo fa per Santiago de Compostela, mi sono fermato come sempre nello spazio della Quintana de los Mortos, questo «lago di silenzi e ricordi», come lo definisce con purezza straodinaria Otero Pedrayo. Mi sono allora ricordato degli ultimi giorni del settembre 1976, quando la celebrazione del primo Siac (Seminario Internazionale di Architettura Contemporanea), diretto da Aldo Rossi e organizzato da Salvador Tarragò, aveva riunito a Santiago un ampio gruppo di giovani architetti provenienti da luoghi d’Europa diversi, il cui solo denominatore comune era l’interesse e il fascino per la figura intellettuale di Rossi e per ciò che rappresentava in quel momento per la cultura architettonica.  Molti di coloro che si presentarono al convegno si conoscevano appena, ma i giorni di Santiago saldarono amicizie che né il trascorrere del tempo né il divaricarsi dei percorsi avrebbe distrutto. E’ in questo clima che ho incontrato per la prima volta Isabella Cuccato. 

    La Quintana di Santiago è sempre stata per me una macchina della memoria. Quando è immersa nella solitudine e nel silenzio che le sono propri, il ricordo di altri momenti ed esperienze si impadronisce del luogo e lo popola di lievi presenze.  Gli elementi dell’architettura (la torre, l’abside, la scalinata, il muro sacro di San Paio) sono gli unici personaggi di uno scenario vuoto, che non trasmette però l’idea di una città abbandonata, ma il sentimento di una città segreta, gravida di palpiti e desideri che si nascondono nelle pieghe del visibile. 

    Raccoglimento, silenzio, assenza: a queste stesse cose si riferisce Isabella Cuccato nello spiegare il suo rapporto con la pittura. E le sue opere ci restituiscono il riflesso di questi sentimenti.  Dopo un lungo percorso nel quale i temi ricorrenti sono stati interni e paesaggi, fiori e figure, l’autrice è di nuovo approdata al territorio dell’architettura. E come in ogni ritorno, nulla è esattamente uguale a come lo avevamo lasciato. In un primo momento, si può avere l’impressione che la vita si sia allontanata dai luoghi enigmatici che il pennello crea,  ma osservando con attenzione, ci accorgiamo di un soffio d’aria leggero che chiude profumi e sussurri, indizi senz’altro di una vita latente che si nasconde nella penombra di dimore di cui è ci è vietata la visione. 

    Una densa atmosfera onirica sembra avvolgere queste piccole acropoli, affacciate su un orizzonte marino che a volte si vede e a volte solo si presentisce. Città mezzo sognate mezzo ricordate. Dato che, com’è noto, sovente i sogni si nutrono di una strana mescolanza di dimenticanza e di ricordo. In questi dipinti, come nella trascrizione di certi sogni, sfugge una parte del significato, qualcosa impedisce di avvicinarlo con pienezza, così che l’atto di dipingere è solo il tentativo di avvicinarci all’enigma della  memoria stessa. 

    Le città che Isabella materializza davanti ai nostri occhi e che con riservatezza ci induce  ad osservare da un luogo distante, potrebbero ben chiamarsi Diomira, Isidora, Zaira o Maurilia, come Marco Polo chiamava le sue invenzioni nello straodinario racconto di Italo Calvino Le città invisibili. Anche lei è veneta e per istinto guarda a oriente e si lascia affascinare dal suo mistero. Ma al fondo di ogni sogno esotico può celarsi qualcosa al tempo stesso di molto prossimo e molto remoto, qualcosa che ci restituisce a una delle svolte occulte dell’infanzia. 

      Isabella Cuccato ha definito in qualche occasione la sua pittura come una personale ricerca della felicità. E in effetti, la sua opera precedente svolge una serie di temi che tendono a definire un mondo idillico: un mondo di «cieli, dimore e paesaggi»  che non sembrano essere soggetti alla corrosione del tempo. E tuttavia, nelle sue opere più recenti compare,  senza annunci preventivi, l’ombra dell’inquietudine. L’autrice si sofferma davanti alle sue stesse composizioni con una mescolanza di familiarità e di stupore. Le forze costruttive che hanno sempre governato i suoi quadri si incrinano ora in modo quasi impercettibile e attrraverso gli intestizi filtra un soffio di disgregazione che, senza intorbidare la serenità dello sguardo, le aggiunge quella piccola dose di incertezza che la memoria profonda delle cose sempre reca con sé. 

Carlos Martí Arís, architetto

dal catalogo della mostra di Tortosa in Spagna, I fiori le case, 2001