Giovanni Raboni

MACCHINAZIONI FIABESCHE

1997

Il più solenne, stupefatto e gioioso dei mondi impossibili ci viene incontro da questi dipinti con una semplicità e una pienezza a dir poco sorprendenti in un’epoca nella quale tutto tende a sfuocarsi, a defilarsi, a farsi sfrangiato e sfuggente a cominciare, appunto, dalla semplicità. 

   Credo che si debba partire da qui, dalla percezione immediata, oserei dire materiale della distanza che separa l’immaginazione e il segno di Isabella Cuccato da qualsiasi forma di naïveté e simmetricamente, da qualsiasi sospetto di intellettualismo, per inoltrarci a colpo sicuro, senza correre il rischio di fermarci per strada o di perdere la bussola del buon senso estetico, in un’esplorazione che per un insieme di condizionamenti culturali assai più riferibili ai soggetti indaganti che all’oggetto indagato può assumere l’andamento lusinghiero ma anche in qualche misura ingannevole del viaggio iniziatico oppure del percorso onirico, dell’avventura through the looking glass

   Niente di tutto questo, secondo me: o meglio sì, questo, anche questo, ma come immerso o, per essere un po’ meno imprecisi, lasciato o tenuto in sospensione dentro qualcos’altro, qualcosa di infinitamente più affabile e concreto: diciamo, per intenderci al di là di ogni possibile e superflua sottigliezza, la visibilità dei corpi. Se fossero altrettanti teoremi – e, in un certo senso, lo sono – i dipinti della Cuccato sarebbero fondati su questo assioma, su questa evidenza elementare e inconfutabile: esistono i corpi e gli oggetti, esistono le forme, esistono i volumi, esistono le fattezze (probabilmente sovrapponibili o, almeno, non troppo inconciliabili) degli esseri umani e degli angeli – ed esiste, nella mente e nella mano dell’artista, la chance inestimabile e gratuita di ricrearle, di farle con-sistere e re-sistere su una superficie anteriormente inanimata che lentamente, gradatamente, improvvisamente si anima di loro e che, dunque, è ancora e di nuovo il mondo. 

 Un mondo «impossibile», certo, secondo l’affermazione troppo impazientemente apodittica (e me ne scuso) buttata lì in apertura; ma con l’aggiunta – a questo punto, del resto, ormai superflua – che l’aggettivo doveva e deve essere inteso in un’accezione assolutamente positiva; l’impossibilità che avevo in mente non stava per sconfitta, per indecifrabilità o irredimibilità o inconvertibilità del reale, bensì, al contrario, per quanto si lascia tranquillamente rappresentare al di là, appena al di là, nelle immediate quinte e retrovie del quotidiano. 

  Non c’è bisogno di sapere da dove vengano o come si chiamino i personaggi che popolano le grandiose e pacate macchinazioni fiabesco-allegoriche esposte in questa mostra per essere sicuri che sono dalla nostra parte, che non tramano contro di noi, che lo spazio nel quale hanno scelto di materializzarsi è uno spazio nel quale anche noi abbiamo diritto di sostare, di riposarci, di «ricrearci». È come se la loro autrice avesse voluto renderci nuovamente titolari del diritto d’asilo che l’arte della pittura ha sempre concesso ai viandanti, ai pellegrini della vita prima che intervenisse a revocarlo, abolendo insieme (per il nostro bene, si capisce...) l’idea di spazio e quella di ospitalità, la rivoluzione copernicana del Novecento. 

    In questo senso Isabella Cuccato è davvero una pittrice «antica», anche se il suo Mantegna e il suo Masaccio sono così naturalmente e audacemente compatibili con i Matisse dell’Hermitage. E, del resto, cosa significa oggi essere – saper essere – antichi, se non volere e sapere ridare slancio al sentimento e alla pratica del moderno disincagliandoli senza furore, con illuminata pazienza artigianale, dalle secche della modernità? 

Giovanni Raboni, poeta 

dal catalogo della mostra di Mantova, Le storie le barche nel blu, 1997