Mario De Micheli

CIELI, STANZE, PAESAGGI

Presentazione a guisa di lettera

1993

Cara Isabella, dopo avere visto i tuoi quadri sono ritornato a casa con molti pensieri. Soprattutto pensavo a ciò che qualche anno fa ha scritto Lévi-Strauss. Sembra che, sull’argomento, il grande antropologo non avesse dubbi. Diceva: «Se volessi predire ciò che potrebbe essere la pittura di domani, annuncerei una pittura aneddotica e superlativamente figurativa, che al posto di rifiutare il nostro mondo oggettivo, il quale dopotutto è il solo a interessarci in quanto uomini; oppure d’accettarlo benché tutt’altro che soddisfacente per i sensi o per lo spirito; sia una pittura capace, con l’applicazione della tecnica più tradizionale, di ricostruire intorno a me un universo più vivibile».

    Ecco: non è forse ciò che stai già dipingendo? Certo, occorrono degli occhi nuovi per mettersi davanti allo spettacolo del mondo senza pregiudizi formali o intellettuali. Occorre cioè uno sguardo innocente. Anche Boccioni, a suo tempo, affermava d’essere il primitivo di un mondo di là da venire. Ma si trattava di tutt’altro. Tu hai ricevuto una grazia diversa – gratis data, come dicono i teologi –, una grazia che ti consente d’accedere a una visione sgombra d’ogni sovrastruttura, d’ogni presupposto stilisticamente consacrato, per cogliere, senza presunzioni di sorta, la verità delle tue emozioni allorché indugi a contemplare un paesaggio, le nuvole in cielo, il mare, il gioco infinito dei colori nel variare delle stagioni. 

    È la meraviglia a dominare le tue immagini. In esse, infatti, c’è sempre l’accento di una sorpresa. Tu le insegui con pennelli limpidi e delicati, senza mai forzare i tuoi modi, senza mai deformare gli aspetti della realtà che ti appare. Guardi le cose serenamente perché, oltre la brutalità che d’ogni parte ci assedia, c’è la tua aspirazione a una condizione umana diversa, libera cioè dai traumi di cui ogni giorno siamo facili prede. 

    Questa è pure la ragione dell’intimo «decoro» di cui ogni tua opera, piccola o grande che sia, manifesta il pregio. Ciò non è casuale, ma è il segno di una disposizione che nasce da un ordine interiore, lo stesso che trasmette ai tuoi quadri la sottile seduzione che esercitano in chi li guarda, la medesima seduzione che hanno esercitato su di me quando me li mostravi nel tuo studio milanese di Porta Venezia. 

    Adesso, a qualche giorno di distanza, sto cercando di ricordare la tua tavolozza, la felicità del tuo cromatismo, ricco di accenti e di vibrazioni. Ma ciò che ricordo soprattutto è il tuo azzurro, che ora mi invade. Trasparente, avvolgente e fragrante, mi sembra che sia il colore che meglio corrisponde all’intonazione poetica della tua avventura nel regno dell’arte. Ho come l’impressione, insomma, che ogni altro colore viva al suo interno melodicamente, non per contrasto ma per affinità, per un’empatia profonda, che fluidamente li guida al mite fervore dell’esito finale. 

    È dunque questo che mi premeva dirti, anche per chiarire a me stesso i motivi della suggestione che i tuoi quadri hanno avuto su di me. Ma sento ora che presto esporrai le tue opere a Martina Franca. Se tu pensi dunque che queste righe possano servire ad un primo discorso sul tuo lavoro, usale pure; ne sarei davvero lieto. Un caro saluto.  

Mario De Micheli, storico dell’arte

Testo per il catalogo della mostra a Martina Franca (Lecce), Cieli, stanze, paesaggi, 1993